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La fabbrica delle immagini

Edito da Ma.Gi. nel 2007 e presentato dall’autrice Teresa Biondi e dalla psicoanalista AIPA Luciana De Franco all’interno di un evento dell’Estate Romana 2007, il libro è un sofisticato intreccio di cinema e psicoanalisi, frutto di un accurato approfondimento storico-antropologico.

Attraverso una lettura psico-antropologica, l’autrice traccia la storia del cinema, e più precisamente delle immagini filmiche, mettendo in evidenza lo stretto rapporto tra cinema e psicologia.

Le immagini, sostenute dalla tecnica cinematografica, mettono in scena e rappresentano la vita dell’inconscio, quella parte nascosta, antica ma sempre rinnovata, che trova in ognuno di noi le forme più diverse di rappresentazione: sogni, fantasie, associazioni; ma anche disegni, pitture, poesie, racconti, e, appunto, film. Un linguaggio per esprimersi, dunque.

Secondo l’autrice “il cinema è la sintesi, attraverso il montaggio, delle realtà osservate”. Non solo: “La rappresentazione cinematografica ricostituisce immaginari viventi che mettono in scena forme di immaginari personali, collettivi, culturali”, “Immagini specchio” della realtà interna del regista-scrittore.

Quello che il regista mette in scena non parla solo di lui: parla anche della sua società e di come egli viva quella società, dando uno spaccato di cultura che diventa diverso per ogni epoca storica. Il film parla anche, attraverso il suo autore, dell’immaginario collettivo, di ciò che appartiene al regista e all’intera comunità e che lascia inevitabili tracce in ognuno di noi; quello che C.G. Jung chiama inconscio collettivo: l’imperscrutabile parte che accomuna gli individui di una stessa cultura ed epoca, tracce genetiche del passato che si uniscono e rivivono in ciascuno. Il film diventa così la narrazione della vita interna del regista scrittore e della sua società. Basti pensare alla commedia all’italiana, definita dall’autrice nella prefazione del libro come “la più attenta analisi antropologica e psicologica della trasformazione culturale dei costumi, della lingua, degli usi, dei comportamenti e della società di quel periodo”.

Il libro è suddiviso in capitoli che analizzano l’interdisciplinarità della cultura visuale e la psicologia, la storia del cinema e la rappresentazione della cultura, la fenomenologia dello sguardo riprodotto dalla macchina da presa, le azioni del pensiero dell’uomo nei film, le immagini di un popolo e “caratteri nazionali” e Jaques Lacan nella commedia all’italiana.

Arricchito di immagini filmiche di vere icone della storia cinematografica, il libro, talvolta sofisticato negli approfondimenti tecnici, cinematografici e psicologici, rappresenta una ricca fonte di dati storici di entrambe le discipline, e traccia un’attenta analisi del collegamento tra la forma d’arte di fare film e la vita psichica profonda dell’individuo, tra immagini mentali e filmiche. “Credo che l’idea di un film debba nascere da un sogno oppure da un sogno ad occhi aperti”, come dice Wim Wenders.