I (labili) confini dell’etica

Inquisitor è una piccola, preziosissima applicazione che permette di ottenere da Google i risultati di una ricerca mentre la si digita nell’apposita finestra di Safari (finché non la si prova non se ne sente la mancanza, poi decisamente sì).

Uscito inizialmente ad un prezzo di 5 dollari, Inquisitor è poi diventato gratuito. Lo sviluppatore, Dave Watanabe, lo utilizza per promuovere altre apprezzate applicazioni shareware (Acquisition, un client P2P; XTorrent, un client torrent; NewsFire, un reader RSS).

Inquisitor

Fin qui, niente di strano: molti programmatori rilasciano applicazioni gratis (“Why is Smultron free? Because software is art”, Alexis Kayhill, citata neanche a farlo apposta proprio oggi da PuntoInformatico a proposito di un ottimo text editor freeware, sempre per Mac). Alcuni lo fanno per promuovere altri versanti del loro lavoro, e anche in questo non c’è nulla di strano. Altri ancora creano software gratuito per l’utente, ma che genera loro dei profitti in altro modo (ad esempio con la pubblicità, come accadde ad una delle ultime versioni di Eudora, oppure utilizzandolo come strumento di vendita di prodotti specifici, come nel caso dell’ottimo LinoType FontExplorerX).

Le soluzioni insomma sono varie, da quelle più eleganti a quelle più grossolane, ma di norma l’utente ha libertà di scelta e piena coscienza di ciò che fa.

Un blogger di nome bonaldi ha però fatto una piccola scoperta: i risultati offerti da Inquisitor non sono perfettamente identici a quelli ottenuti dalla pagina di Google: cercando “Nikon lens reviews”, il primo risultato era un link ad Amazon, cosa che non accade lavorando manualmente nel motore di ricerca. Se si seleziona il link proposto, Inquisitor indirizza alla pagina, ma in realtà vi accede attraverso un altro link, invisibile, che certifica un rapporto di affiliazione fra Watanabe e Amazon.

In pratica, per farla breve, Inquisitor propone come primi risultati dei link che fruttano denaro all’autore del software senza che l’utente lo sappia.

I commenti a questa scoperta, sia sul blog di bonaldi che su TUAW che ha ripreso la notizia, sono i più vari, sia a favore che contro la condotta di Watanabe (al di là delle ripercussioni economiche, lo zoccolo duro dei navigatori si irrita moltissimo quando un programma fa qualcosa che non sia chiaramente dichiarato, come nel caso delle applicazioni che, anche per le finalità più innocenti, “chiamano casa“).

Prese separatamente, spesso le cose sono limpidamente giuste o sbagliate (guadagnare denaro è legittimo, rilasciare software gratuito è apprezzabile, nel farsi pagare da terzi per offrire un servizio gratuito non c’è niente di male etc.). Il punto è nella loro combinazione: dove e come trasparenza, guadagno economico, gestione delle informazioni si intrecciano in un modo che possiamo complessivamente definire “sbagliato”?

Pubblicato martedì 8 gennaio 2008 da admin