Dave Watanabe ci ripensa

16 Gennaio 2008 - Pubblicato da CMG

A proposito di Inquisitor e di quanto precedentemente segnalato, Dave Watanabe deve aver fatto un bell’esame di coscienza (o di prospettive commerciali): oggi esce la nuova versione del plug-in per Safari.

What’s new? La risposta, da Version Tracker:

In response to user feedback, Inquisitor 3.0 (v52) now explicit tags product/affiliate links in search results and, furthermore, now includes an user preference to disable these links all together.

Inquisitor is freeware, made possible by the inclusion of affiliate links. This revenue source is small but critical in ensuring Inquisitor’s future development. If you choose to disable these links, please seriously consider donating to Inquisitor as an alternate means of support.

Un altro furbetto (Adobe)

9 Gennaio 2008 - Pubblicato da CMG

URL sospettoQuesta volta tocca ad Adobe spiegare un comportamento poco chiaro. La Adobe Creative Suite si collega all’indirizzo 192.168.112.2O7.net.

Fate però attenzione: la prima parte - “192.168″ - lascia supporre che venga cercato un indirizzo di una macchina della rete locale (gli indirizzi numerici delle reti locali iniziano usualmente in questo modo). Senonché, non stiamo parlando di un indirizzo numerico (quelle sequenze di quattro numeri fra 0 e 255 separate da punti che identificano univocamente una macchina di rete), ma dell’URL di un server che sta da qualche parte su Internet (come “www.asterione.org”, solo che anziché scegliere un nome come “asterione” è stato preferito un nome che somigli alla sequenza di numeri sopra indicata). Infatti “2O7″ è a ben vedere “due-lettera o-sette”; infine, l’indirizzo termina con un inequivocabile “.net”.

Un osservatore poco attento che controlli solo l’inizio dell’indirizzo è portato a pensare che la chiamata riguardi una delle proprie macchine (che esista o meno è poco importante, tanto l’informazione non esce - si suppone - dalla propria rete locale). Invece si va su Internet chissà dove, chissà perché.

Legittimo che Adobe “chiami casa”; irrituale che lo faccia senza avvertire l’utente; sospetto che lo faccia cercando di imbrogliarlo e di fargli credere il contrario con un trucchetto grossolano come questo.

Adobe si difende con una nota tecnica in cui spiega che il collegamento serve a fornire alcuni servizi nell’uso delle applicazioni della Creative Suite e che in aggiunta raccoglie dati (anonimi) al fine di migliorare il prodotto.

Il punto è che se entro in un vicolo buio e mi si avvicina un signore con una calza sulla testa e la pistola in mano, per quanto affermi che mi vuole solo chiedere un’informazione, chissà perché non mi convince. Sarò malfidato?

» Via TUAW

I (labili) confini dell’etica

8 Gennaio 2008 - Pubblicato da CMG

Inquisitor è una piccola, preziosissima applicazione che permette di ottenere da Google i risultati di una ricerca mentre la si digita nell’apposita finestra di Safari (finché non la si prova non se ne sente la mancanza, poi decisamente sì).

Uscito inizialmente ad un prezzo di 5 dollari, Inquisitor è poi diventato gratuito. Lo sviluppatore, Dave Watanabe, lo utilizza per promuovere altre apprezzate applicazioni shareware (Acquisition, un client P2P; XTorrent, un client torrent; NewsFire, un reader RSS).

Inquisitor

Fin qui, niente di strano: molti programmatori rilasciano applicazioni gratis (”Why is Smultron free? Because software is art”, Alexis Kayhill, citata neanche a farlo apposta proprio oggi da PuntoInformatico a proposito di un ottimo text editor freeware, sempre per Mac). Alcuni lo fanno per promuovere altri versanti del loro lavoro, e anche in questo non c’è nulla di strano. Altri ancora creano software gratuito per l’utente, ma che genera loro dei profitti in altro modo (ad esempio con la pubblicità, come accadde ad una delle ultime versioni di Eudora, oppure utilizzandolo come strumento di vendita di prodotti specifici, come nel caso dell’ottimo LinoType FontExplorerX).

Le soluzioni insomma sono varie, da quelle più eleganti a quelle più grossolane, ma di norma l’utente ha libertà di scelta e piena coscienza di ciò che fa.

Un blogger di nome bonaldi ha però fatto una piccola scoperta: i risultati offerti da Inquisitor non sono perfettamente identici a quelli ottenuti dalla pagina di Google: cercando “Nikon lens reviews”, il primo risultato era un link ad Amazon, cosa che non accade lavorando manualmente nel motore di ricerca. Se si seleziona il link proposto, Inquisitor indirizza alla pagina, ma in realtà vi accede attraverso un altro link, invisibile, che certifica un rapporto di affiliazione fra Watanabe e Amazon.

In pratica, per farla breve, Inquisitor propone come primi risultati dei link che fruttano denaro all’autore del software senza che l’utente lo sappia.

I commenti a questa scoperta, sia sul blog di bonaldi che su TUAW che ha ripreso la notizia, sono i più vari, sia a favore che contro la condotta di Watanabe (al di là delle ripercussioni economiche, lo zoccolo duro dei navigatori si irrita moltissimo quando un programma fa qualcosa che non sia chiaramente dichiarato, come nel caso delle applicazioni che, anche per le finalità più innocenti, “chiamano casa“).

Prese separatamente, spesso le cose sono limpidamente giuste o sbagliate (guadagnare denaro è legittimo, rilasciare software gratuito è apprezzabile, nel farsi pagare da terzi per offrire un servizio gratuito non c’è niente di male etc.). Il punto è nella loro combinazione: dove e come trasparenza, guadagno economico, gestione delle informazioni si intrecciano in un modo che possiamo complessivamente definire “sbagliato”?